Conseguenze ambientali della coltivazione della cocaina

Per coltivare la cocaina vengono utilizzati in dosi massicce concimi, diserbanti e pesticidi altamente chimici per poter così aumentare la produttività delle piante di coca; questo utilizzo dissennato ha non solo impoverito i suoli -di per sé fortemente provati dalle piantagioni di cocaina che assorbono tutti i sali e le ricchezze naturali del terreno-, ma anche inquinato le falde acquifere. Per sradicare infatti i campi di coca si è fatta strada la pratica delle fumigazioni aeree di vaste aree (il c.d. Plan Colombia), che ha però distrutto raccolti, inquinato le acque e i terreni, provocato danni alla salute della popolazione e degli animali esposti.
Come ha riconosciuto la stessa ambasciata degli Stati Uniti già dieci anni fa, le fumigazioni hanno costretto i campesinos a spostare le loro normali coltivazioni in altre aree, spesso all’interno della selva o in altre zone indigene, il che ha richiesto un forte disboscamento. Tale perdita di foreste implica, inoltre, anche la perdita di piante rare, indispensabili per futuri sviluppi farmaceutici ed alimentari.
Infine, il processo di trasformazione della foglia di cocaina prima in pasta e poi in cloridrato di cocaina, necessita di laboratori, ovviamente clandestini, che, utilizzando prodotti chimici senza alcuna procedura di smaltimento, inquinano ulteriormente sia il territorio che le acque circostanti. Secondo una stima del governo colombiano, la quantità di sostanze chimiche illegali scaricate nell’ecosistema del paese, a partire dalla metà degli Anni 80, ammonta ad oltre un milione di tonnellate, con un danneggiamento di circa 78.500 ettari di aree coltivabili.
Attualmente, le zone maggiormente produttive di cocaina sono Cumaribo e Vichada, mentre nelle regioni del Nari?o, Guaviare, Meta e Putamayo si concentrano le coltivazioni e i laboratori.

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