Gas serra tra le cause della probabile imminente estinzione di animali comuni
In conlusione del Congresso Internazionale sul Cambiamento Climatico di Copenaghen (svoltosi dal 10 al 12 marzo), è stato lanciato l’allarme sui livelli di emissione globale di gas serra, tra le principali cause di cambiamenti climatici bruschi ed irreversibili. Conseguentemente al congresso di Copenaghen, il WWF ha commissionato uno studio sugli impatti che i cambiamenti climatici avranno sulle specie più conosciute al mondo ed i risultati non sono dei più confortanti.
Il 90% dei coralli della Grande Barriera Corallina potrebbe infatti scomparire entro il 2050, così come entro quella data potrebbero estinguersi il 75% dei pinguini di Adelia dell’Antartico.
Sorte ancora peggiore spetterebbe agli orsi polari, che potrebbero cessare di esistere entro 75 anni, dal momento che per loro il ghiaccio è fondamentale piattaforma per cacciare, riposare, accoppiarsi e riprodursi; stesso destino anche per le foche, penalizzate anch’esse dalla perdita del loro habitat naturale.
Già nel maggio dello scorso anno, del resto, la United States Fish & Wildlife Service aveva individuato nella perdita di habitat la principale causa di estinzione di molte specie animali. Tra gli animali che più risentono degli effetti nocivi del cambiamento di habitat (oltre agli orsi polari), ci sono i canguri e l’intera famiglia dei macropodi, a cui appartengono; basti pensare che in Nuova Guinea 11 delle 12 specie di canguri arboricoli nativi sono minacciate, mentre 4 sono in via d’estinzione.
Parallelamente alla sparizione di specie animali comuni, non sono da dimenticare anche altre minacce, come la deforestazione e il consumo del territorio, che, ad esempio, sono la causa della perdita di più del 70% dell’habitat delle tigri in India ed in Bangladesh. Se già negli ultimi 100 anni, infatti, si è registrato un declino del 95% del numero delle tigri esistenti, tre sottospecie dei 4000 attuali esemplari sono già estinte ed una quarta non è stata avvistata in natura da oltre 25 anni. A ciò si aggiunge che studi recenti fanno presumere che, entro 50 anni, più del 70% dell’habitat delle tigri delle Sunderbans (foresta di mangrovie a cavallo tra India e Bangladesh) potrà essere perso per via dell’innalzamento del livello del mare, contemporanea causa anche della perdita di animali selvatici - loro cibo- e dii ampi spazi per loro vitali per sopravvivere.
Vittime di una intensa e selvaggia deforestazione sono anche gli oranghi, confinati negli ultimi anni nelle due isole di Sumatra e del Borneo in pochissime aree ancora salvaguardate; si è calcolato che negli ultimi 10 anni la popolazione di oranghi sia diminuita del 30-50%, facendo pertanto prevedere che entro qualche decennio l’unica scimmia antropomorfa asiatica possa scomparire del tutto.
Correnti oceaniche stravolte, riduzione della banchisa antartica ed acidificazione degli oceani causata dall’aumento dei livelli di anidride carbonica dell’atmosfera sono, inoltre, la causa della riduzione delle risorse alimentari marine; ciò mette a rischio, dunque, anche la vita di balene, delfini, capodogli e cetacei in generale, tartarughe marine, e pinguini imperatori.
Nemmeno l’aria è risparmiata dagli impatti negativi del gas serra; stando allo studio del WWF, infatti, sono a rischio gli Albatross, gli uccelli marini più grandi del mondo. Delle 22 specie esistenti, 18 sono quelle a rischio e le popolazioni di alcune di esse sono in imminente estinzione.
Cristina Loizzo






