"La salute è il primo dovere della vita."
O. Wilde
Con questa celebre frase apriamo questa sezione dedicata ad aiutare voi, nostri giovani amici a comprendere il fenomeno dell'uso di sostanze stupefacenti. Con l'aiuto di specialisti mettiamo a disposizione dei contenuti relativi a ricerche, studi e riflessioni che hanno l'obiettivo di accrescere attraverso l'informazione una consapevolezza sui diversi tipi di dipendenza e sull'effetto che comportamenti devianti inducono sulla salute della persona.
Spazio viene dedicato a quanto in questi anni si è teorizzato e praticato per aiutare i giovani ad uscire dal baratro della droga e soprattutto a definire i contesti e i linguaggi per praticare una prevenzione efficace.
Adolescenza e droga: un sintomo nella cultura
Dott.ssa Sonia Abadi
Adolescenza e droga, due termini il cui legame non ci può più sorprendere.
Dipendenza, adduzione, società di consumo: un'altra catena associativa che si impone a noi senza difficoltà.
L'adolescenza non è un fatto nuovo, nemmeno il condizionamento dipendente della cultura lo è del tutto. Lo è invece questo sintomo come emergente dall'incontro tra questa società che noi chiamiamo del consumo ed una certa disposizione particolare alla tappa adolescenziale.
Nell'adolescente, l'uso delle droga come fenomeno di massa ci invita a riflettere sulla sua integrazione nella nostra società e dovrà essere inteso insieme ad altri sintomi come la delinquenza, la violenza o il suicidio. Dalla società una prospettiva più amplia dovrà includere i fattori economici, ideologici, sociali e legali della nostra cultura attuale.
Comprendere il fenomeno, prevenirlo e trattarlo ci porterà per sentieri a volti intricati e non sempre vicini alla visione psico-analitica. Come psicoanalista mi limiterò a sviluppare quegli aspetti della dipendenza dalle droghe e delle dipendenze in generale che tengono in considerazione le motivazioni profonde, vale a dire incoscienti, non solamente dell'individuo, ma anche dello strumento familiare e della cultura in generale.
Su questo tema la dialettica predisposizione individuale - fattore scatenante ambientale acquisisce una dinamica singolare. Quando crediamo essenziale la struttura addittiva della personalità, scopriamo con sorpresa che l'intensità degli stimoli esterni verso il consumo in generale e verso la droga in particolare è tanto elevata, che a volte diventa impossibile valutare la predisposizione. Ci troviamo davanti ad un fatto che i pubblicisti chiamano "aggressione per l'offerta".
L'istigazione che il contesto esercita sul punto di rottura della crisi adolescenziale tende a facilitare l'uscita verso la droga, e soprattutto l'offerta concreta di facile accesso e a basso prezzo fa sì che il soggetto non debba "andare verso la droga", bensì che la droga "vada verso di lui".
Parlerò del condizionamento di base delle dipendenze generate dall'ideologia della società di consumo, dei tratti familiari che favoriscono lo sviluppo della struttura dell'assuefazione, dell'adolescenza come momento privilegiato per l'inizio di questo sintomo, ed infine delle caratteristiche incoscienti della personalità dell'assuefatto in relazione con la sua psiche, il suo corpo e i suoi obiettivi, mostrando come si origini nella storia di un individuo la sua tendenza all'assuefazione e come essa si realizzi nei sintomi.
Non vado a riferimi solamente alle dipendenze dalla droga, ma piuttosto alle dipendenze in generale, e più ampliamente a una struttura particolare, presente in ciascun soggetto e che riconduce alla patologia della dipendenza.
Riguardo al benessere e malessere nella cultura.
Senza fare uno studio critico della nostra società, sceglierò solo alcuni elementi incoscienti in quelle idee o ideologie direttamente in relazione con la predisposizione all'uso delle droghe.
La cultura attuale, a partire dall'induzione al consumo, propone un modello per pensare al mondo. Si crede d'arrivare ad essere in relazione al possedere; in funzione di quell'oggetto esterno che, risolvendo le necessità, inoltre tranquillizza, avvalora e completa. Il mancato vissuto o la tensione interna saranno rapidamente sedati con l'acquisto o l'incorporazione di un oggetto esterno, invece di essere riconosciute ed elaborate.
Possiamo affermare che tutta l'attività mentale dell'essere umano si scopre al servizio del riconoscere, negare, e a volte elaborare le prime separazioni, l'incompletezza, e poi, infine, la morte.
L'esperienza dell'abbandono genera il desiderio di rincontrare quell'unico oggetto che soddisfa tutte le necessità e riconduce alla madre dei primi anni di vita. A partire dalla prima separazione, questo unico oggetto può essere inteso solamente come una promessa di unione e completezza.
Questo è il filone che sfrutta la strategia pubblicitaria: promettiamo un oggetto che offre l'illusione di placare la necessità e colmare un desiderio.
Nello stesso modo, nella nostra cultura alcune chiuse teorie scientifiche, i dogmi, alcune ideologie, propongono questa medesima idea: di trovare tutto lì. Si dimentica provvisoriamente l'incertezza, davanti ad un sistema di certezze che da risposte a qualsiasi cosa.
Ma, ugualmente come per la dipendenza, questa esperienza si conclude in disillusione e riappaiono pertanto l'angustia e l'abbandono. Nel migliore dei casi. L'altra opzione sarà restare chiusi per sempre in un sistema delirante.
Credevamo che quando un individuo poteva distaccarsi dal suo ambiente familiare ed uscire nel mondo della cultura si trasformava in un essere indipendente; ora dimostriamo che la proposta della cultura in molti casi è generatore di nuove forme di dipendenza.
Così certi sistemi offrono soluzioni tentatrici: soddisfazione delle necessità e dei desideri, sollievo dalla paura e dall'angoscia, scarico delle ostilità, assoluzione dal sentimento di colpa, formazione del compromesso per i conflitti.
L'individuo mosso dalle sue pulsioni, dalla sua storia, dai suoi desideri e timori incoscienti, dalle sue necessità narcisistiche di sicurezza e autostima, proverà ad ottenere quell'oggetto che gli promette amore, autovalorizzazione, potenza, appartenenza, sollievo dalla solitudine.
In cambio di ciò, ogni soggetto sarà disposto a contribuire con il proprio tempo, le proprie capacità, la propria libido ed anche il proprio denaro.
La società del consumo ha cinquanta o sessant'anni di storia, dal momento in cui dall'industrializzazione e dalla standardizzazione fa la sua comparsa la produzione di massa. L'offerta dunque va a superare la domanda e bisogna creare l'illusione di nuove necessità e qualità degli oggetti per poter competere in un ambiente saturo di stimoli.
Su questa base di idee, va a crescere un soggetto, incorporando modelli di identificazione che condizionano la sua visione del mondo. Durante l'adolescenza, se qualcuno gli dice: "Se ti prendi questo ti sentirai bene, ti cambierà la vita", il soggetto tenderà ad illudersi con questa proposta, coerente con il suo sistema di credenze.
Tutto questo si amplifica a causa dello sviluppo smisurato dei mezzi di comunicazione, che utilizzano maggiormente le immagini rispetto alle parole. Le immagini puntano direttamente a scatenare il meccanismo del desiderio incosciente. A sua volta, lo slogan svolga una funzione particolare a livello psicologico, equivalente a quella dell'immagine, dal momento che non ha la molteplicità di significati simbolici che pone il linguaggio, essendo un'immagine messa in parole. Sono parole cristallizzate in un unico significato e hanno semplicemente la connotazione di un ordine: "Fai questo", o "Fai quest'altro". In questo modo producono un effetto di suggestione e condizionano nell'agire in una certa maniera.
Le tendenze alla dipendenza sono rafforzate anche da altre fonti. Lo sviluppo negli ultimi anni della medicina, della farmacologia e della nostra capacità di conoscere meglio il funzionamento psicologico e somatico ci hanno portato ad una preoccupazione esagerata per poter arrivare ad uno stato di salute ideale. In questo modo si somma una idea magica ed onnipotente, non solo di vittoria sul dolore e sull'infermità, ma anche sulla frustazione, e perfino sull'invecchiamento e la morte.
La frustrazione non si tollera, il dolore non si elabora, si cerca solamente di neutralizzare entrambe attraverso l'uso di medicine, droghe o tramite l'acquisto di oggetti materiali.
Questo conduce a un impoverimento delle capacità dell'individuo, che invece di cercare vie d'uscita creative, tanto per i conflitti interni quanto per le difficoltà che gli si impongono dalla realtà, tende ad usare sostituti concreti che mutilano la sua vera crescita.
Un altro aspetto da considerare è l'esigenza di un ritmo di vita ogni volta più accellerato, sia a causa dei progressi tecnologici, che della necessità di rendimento individuale o di completezza con determinati ideali di realizzazione personale.
Si racconta una storia su quando G. Garcìa Marquez fu invitato a ricevere il premio Nobel. Nel momento di scendere dall'aereo, un giornalista gli chiede un'intervista e lui gli risponde: "Mi scusi, non sono nelle condizioni di risponderle, perché con questa tecnologia moderna e con i viaggi in aereo così rapidi, il corpo arriva prima e l'anima diversi giorni dopo".
Nello stesso modo, la nostra cultura da un ordine eroico esige e sopravvaluta il raggiungimento dell'indipendenza. Molte volte il bambino viene espulso violentemente verso il mondo; l'autonomia è un valore da raggiungere a qualunque prezzo. Questa esigenza non tiene in conto dei ritmi corporali e psichici, dei tempi di sviluppo degli individui, né di quelli dell'elaborazione dei conflitti, ma si realizza in forma traumatica e porta alla ricerca del puntellamento sui sostituti concreti.
Davanti ad una realtà sovra-necessitante e sovra-esigente, il bambino, l'adolescente e poi l'adulto si vedono spinti verso il sovra-adeguamento, il cui fallimento porta inevitabilmente all'emarginazione.
Adattarsi socialmente implicherà essere connesso ed euforico; essere libero e divertito; avere una piena sessualità; la riuscita scaturirà dalla creatività, dalla lucidità, dal rendimento. Lì apparirà il ricorso all'alcool o agli stimolanti.
Davanti all'impotenza e al fallimento, davanti ad una realtà piuttosto traumatica per essere elaborata, apparriranno però anche l'uso di depressivi e allucinogeni, come a volersi alienare da un mondo percepito come persecutorio.
Non vogliamo lasciar dedurre che l'individuo sia solamente una vittima dei sistemi di produzione o delle patologia di una cultura, ma piuttosto che ottiene anche vantaggi incoscienti dalle sue situazioni di dipendenza: la possibilità di non stabilire una vera relazione affettiva con gli altri e il compromesso di occuparsi di essi, la fuga dai richiami della vita.
Invece di ciò, l'assuefatto utilizza oggetti che presumibilmente controlla e può prendere e abbandonare a piacimento, vale a dire maltrattare.
Alla fine, l'assuefatto tratterà le persone come cose, che solamente hanno valore nella misura in cui gli servono.
La famiglia, crocevia dello stile tossicodipendente.
Tra la cultura e l'individuo, la famiglia svolgerà una funzione di filtro, rafforzamento o prisma divergente degli stimoli ambientali. In essa confluiranno l'ideologia del consumo, gli ideali del gruppo di appartenenza, i precetti generazionali, i progetti individuali.
Concretamento a volte degli aspetti patologici della cultura, potrà in altri casi sviluppari valori e modelli simbolici differenti, che permettono all'individuo una crescita originale alternativa davanti all'opzione dell'alienazione. In questo crocevia appariranno le falle proprie di quel sistema familiare in quanto a valori, leggi e ruoli, così come anche al posto particolare a cui ciascun membro è destinato. Le combinazioni sono multiple tra la patologia della società, della famiglia e dell'individuo, offrendo dunque diverse possibilità di vivere e di ammalarsi.
Ad ogni modo nelle dipendenze gravi vedremo alune linee privilegiate che confluiscono verso lo stile tossicodipentente. In dette famiglie gli stimoli di dipendenza ambientale sono incorporati senza mediazione simbolica, sostenuti come modalità difensiva e tramite attraverso l'educazione dei figli, potendo soffrire uno o più di loro una sintomatologia di dipendenza. Tutte le famiglie malate si scoprono più esposte a questo tipo di induzione, le stesse che generano anche gravi malattie psichiche. In esse riscontriamo la confusione dei ruoli parentali e delle generazioni, l'assenza di limiti, l'arbitrarietà, i segreti e i patti incoscienti.
Due elementi particolari vengono a rafforzare questa base patogena e tendono ad orientare la sintomatologia verso l'assuefazione in geenrale e in particolare verso il consumo di droghe. Il primo è lo stile dipendente, vale a dire la tendenza a risolvere magicamente i conflitti con l'incorporazione di un oggetto esterno: medicine, alcool, alimenti, acquisto di beni materiali. Lì il bambino è allevato in modo tale per cui ogni volta che ha bisogno di una persona si farà passare tale bisogno con una cosa, identificandosi a sua volta con i genitori, da cui ha visto negli anni risolvere le situazioni in questo modo. La risoluzione di una frustrazione la si ha mandandola in cortocircuito verso l'oggetto tranquillizzante, piuttosto che con una elaborazione adeguata del conflitto. Le esperienze e le identificazioni confluiscono lì affinchè il bambino prima e poi l'adolescente ricorra a questo tipo di magica uscita.
L'altro aspetto da valutare potremmo sintetizzarlo nella idea di un mandato eroico che include la valutazione dei meccanismi di difesa, i comportamenti maniacali e controfobici. Lì appare la sopravvalutazione del rischio, l'onnipotenza, l'audacia, la sfida, come valori da raggiungere e mantenere. Molte volte, a spese del giudizio della realtà, del criterio, del sentimento comune e anche dell'autoconservazione. Questo porta spesso a comportamenti autodistruttivi, che in genere tendono a riapparire massicciamente nell'adoloscenza e che riconosciamo come forme incoscienti di induzione alla morte.
Molte volte il messaggio incosciente è rafforzato da comportamenti manifesti messi in primo piano dall'adoloscente, elementi pericolosi che tuttavia non si è in grado di maneggiare. L'adolescente, incalzato da questo tipo di ideali, adotta sintomaticamente uno stile che Borges chiama "una fuga verso avanti".
Il figlio confuso e lacerato tra il suo desiderio di indipendenza-dipendenza e la violenza esercitata dall'intrusione degli ideali e degli stili familiari, tende a ribellarsi provando a liberarsi di questa alienazione. Si potrà, dunque, attaccare alla sua famiglia, al sistema, alle leggi che lo proteggono o che proteggono la società. E in ultima istanza concluderà esercitando la violenza contro se stesso come denuncia e reclamo nei confronti degli altri, rivelando la sua personale impotenza davanti all'alternativa di crescere.
L'adolescenza e la riattivazione del conflitto dipendenza - indipendenza.
Dall'inizio della vita, ma a ben guardare da tutta la sua storia, l'essere umano sperimenta situazioni di crisi e rottura, e utilizza come strumenti l'integrazione e l'elaborazione.
Le esperienze di soddisfazione e frustrazione delle pulsioni, unione e separazione con gli oggetti, completezza ed incompletezza, generano uno spazio che potrà essere utilizzato per il desiderio, il pensiero e la parola. Lì appaiono gli oggetti (concreti o astratti) che servono d'appoggio all'elaborazione di quello spazio e che popolano il mondo simbolico. Questi oggetti, a detta di Winnicott, possono essere investiti di valenze in modo transitorio o posso essere cronicizzati come oggetti feticcio, che rattoppano l'io o solidificano la sua relazione con il mondo.
Questi meccanismi funzionano permanentemente in ogni sistema culturale, in ogni famiglia e anche nell'individuo. Parliamo di assuefazione quando l'assenza, rottura o separazione non sono elaborati tramite il pensiero simbolico e gli oggetti transitori, ma sono piuttosto negati, colmati attraverso restituzioni, atti sintomatici, oggetti feticizzati, che si cronificano come supporti permanenti al servizio di una pseudo-integrità.
Tutta questa problematica si riattiva in quella che potremmo definire "la crisi adolescenziale". Questa è la tappa privilegiata per incominciare la dipendenza dalla droga, segnata dalla necessità di integrare nuove identificazioni, i conflitti intorno alla sessualità e al proprio corpo, la necessità di arrivare ad un nuovo accordo col mondo. La somatizzazione e l'attuazione tendono ad essere vie frequenti per far derivare questi conflitti: l'uso di droghe soddisfa entrambi gli aspetti.
Senza sviluppare gi elementi per tutti conosciuti che caratterizzano questo momento particolare della vita, predilegerò l'asse dipendenza-indipendenza, per cercare di comprendere la sua attualizzazione sintomatica nella problematica dell'adolescente.
Questo tema si trova ad essere direttamente relazionato con le dipendenze come conseguenza di tentativi di risoluzione di tipo reattivo. Osserviamo che quanto più è maggiore la difficoltà ad elaborare la separazione dai genitori, appaiono maggiori quantità di comportamenti pseudo-indipendenti. In essi, la risoluzione sintomatica si svolge attraverso una nuova dipendenza.
L'indipendenza che il giovane assuefatto cerca è l'indipendenza dai genitori, ma nel farlo in modo violento, senza elementi per essere realmente autonomo, si dovrà appoggiare a qualcosa, ed è così che va a dipendere dalle droghe, dal gruppo di assuefatti, dai trafficanti, dai terapeuti, dalle istituzioni che se ne prendono cura, e poi di nuovo dai genitori.
Ci chiediamo perché qualche adolescente non può elaborare adeguatamente le sue necessità di continuare ad essere dipendente, insieme ai suoi desideri di indipendenza.
Questo problema, che arriva al culmine nell'adolescenza, si ripropone in tutte le tappe della vita, a partire dalla relazione del bebè con la madre.
Se ognuna di queste esperienze non è stata elaborata, o si è cercati di negarla, l'adolescente non avrà modelli che gli permettano di elaborare i dolori che inevitalmente genera tutta questa crescita. Questo lo obbliga ad uno sradicamento violento dai suoi genitori e ad assumere comportamenti di ribellione e autosufficienza per dimostrare che non ha paura di essere indipendente.
La dipendenza: una storia che diventa struttura.
Certi aspetti che svilupperò qui possono ritrovarsi nell'esperienza infantile di ogni individuo.
Quello che caratterizza la storia dell'assuefatto è l'insistenza traumatica e ricorrente di una modalità di educazione che induce una certa particolare organizzazione delle difese dell'io e di un certo stile relazionale con gli oggetti. Su questa base si organizza la struttura dipendente, che date alcune condizioni ambientali e familiari convergenti, si orienterà nell'adolescenza verso il consumo di droghe.
Esiste una continuità strutturale che va dalla persistenza di orientamenti dipendenti verso l'adesione esacerbata a certi oggetti, passando per forme lievi o nascoste di dipendenza, fino a comportamenti palesemente autodistruttivi, compulsivamente irrefrenabili, socialmente inaccettabili, che caratterizzano il tossicodipendente grave.
Prenderò come esempio il tossicodipendente, sebbene intenda preservare a volte la qualità transizionale e la dinamica dei miei approcci, che includono tutte le forme di dipendenza patologica.
Per iniziare, parlerò della dipendenza assoluta. L'essere umano necessita del supporto dell'altro, tanto per sopravvivere, quanto per l'instaurazione della vita psichica.
La madre, il contesto, esercitano una influenza che, più che necessaria, è inevitabile, lasciando così il loro segno sull'identificazione delle pulsioni e nel registro delle percezioni. Da questa esperienza nascerà l'io con una propria modalità di relazionarsi con il suo mondo interno, il suo corpo, la realtà, gli altri. Un soggetto marchiato dalla qualità delle sue zone erogene e dai modi di soddisfazione, dall'adesione a certi oggetti, dal suo modo di relazionarsi con il mondo.
Così l'essere umano, insieme alla soddisfazione della necessità, incontrerà anche i cammini del piacere, ma resterà comunque marcato dalle esperienze traumatiche, sia da quelle dell'insoddisfazione come da quelle dell'intrusione dell'altro. Il desiderio, con le sue dimostrazioni simboliche, e la compulsione alla ripetizione, con la sua monotonia tanatica, riconoscono così una medesima origine, un medesimo tempo. È il tempo dell'oralità, dell'identificazione primaria, del narcisismo, della costruzione dell'ideale. Ma è anche il territorio dell'oggetto. Al pensiero onnipotente che dirige il mondo intero, corrisponde l'onnipotenza reale della madre rispetto al mondo esterno.
Nell'assuefazione re-incontriamo questa ricerca compulsiva dell'oggetto che dirige tutto e che riconduce alle prime forme di dipendenza.
La persistenza del modello di dipendenza assoluta sarà determinata dalle vicissitudini nella elaborazione delle coppie soddisfazione-frustrazione, unione-separazione.
Nello sviluppo umano alcuni oggetti sono offerti dalla madre e scelti dal bambino per favorire questa transizione e proteggere il soggetto sia dalla perdita dell'oggetto, sia dal rischio di una sua fusione con essso. Nella struttura dipendente quegli oggetti che dovranno aprire il cammino del desiderio e del pensiero saranno sovra-investiti, occupando un posto privilegiato nella dinamica psichica e chiudendo l'esibizione simbolica.
Concettualizzo l'assuefazione come la conseguenza di un modo particolare di cadere nell'incontro tra il soggetto e l'oggetto. Questa caduta sarà negata atraverso l'interposizione di oggetti concreti che generano una particolare disposizione al vincolo.
Esiste nella prima infanzia un incontro fallito con la persona della madre. Essa ha preso l'abitudine di lasciare in sua sostituzione oggetti -cose inanimate- incapaci di trasmettere affetto, ed utilizzabili solamente come consolazione durante la sua assenza, producendo nel bambino dolore, frustrazione e un modo emozionale caratterizzato dalla ricerca della sua soddisfazione attraverso le cose. Il soggetto, non potendo costruire un buon oggetto interno, avrà sempre bisogno di un oggetto concreto per calmare le sue ansie.
L'oggetto-cosa che sarà rivestito di molteplici significati: odiato ed idealizzato per restare lì al posto della madre, trasformato in feticcio perché permette di negare la sua assenza e al contempo investito tramite trasferimento degli affetti ambivalenti verso la madre. Una madre doppiamente morta: assente e a volte sostituita con un oggetto inanimato.
Potremmo descrivere la creazione di un'assuefazione come una scena in cui l'altro desiderato, vivo e desideroso, si sottrae, offrendo come sostituito un oggetto inanimato e senza desideri. Una calunnia dove la "cosa" dovrà occupare il posto di una persona, diventando anche un oggetto psichico.
Questo oggetto inanimato rimpiazza la madre senza rappresentarla, o piuttosto, senza permettere che essa sia rappresentata, unico modo per non perderla definitivamente.
Con questa tendenza dell'assuefatto di ricercare sollievo e soddisfazione in cose inanimate con cui non si comunica realmente, confluisce la tendenza della nostra società ad offrire ogni volta più oggetti di consumo concreti e meno possibilità di approfittare di vere relazioni affettive.
Mi riferisco alla struttura dell'assuefazione come forma di fissazione alla dipendenza infantile, e all'apparizione della tossicodipendenza come cristallizzazione di un sintomo che corrisponde a questa struttra. Il dipendente, vuoto affettivamente a causa del suo mancato incontro emozionale, sarà a sua volta diposto a non tenere in grande considerazione le persone, ma bensì, solamente a tenere in conto le cose che possono rapidamente dargli sollievo. Il vincolo con questi oggetti sarà tenuto da un'intensa ambivalenza: amoroso e dispotico, idealizzato e persecutorio, oscillando tra la funzione del grado di necessità che il soggetto sente in ogni momento.
Le caratteristiche della relazione sono la voracità, la non considerazione per l'oggetto, l'idealizzazione e la denigrazione.
Dipendenza libidinale, dipendenza tanatica.
L'essere umano si organizza come persona evitando il rischio e la tentazione di due alternativa egualmente tanatiche: la dipendenza assoluta e l'autosufficienza narcisistica.
La dipendenza, necessaria ed inevitabile, instaura la possibilità di amare l'altro e di vivere nel mondo degli oggetti. Si diventa dipendenti quando questo incontro è reificato, usato solamente per calmare l'angoscia e sommettersi all'oggetto, mantenendo l'illusione di soggiogarlo.
L'indipendenza, desiderabile, essenziale per la crescita, apre il cammino verso l'integrazione, l'individualità e la libertà. Si può fissare in uno stile onnipotente e distruttivo quando culmina nel rifiuto dell'altro, nell'isolamento, nella superbia narcisistica. Una reclusione tanatica che molte volte condanna alla necessità di dipendere patologicamente dagli oggetti, per sostenere l'illusione di indipendenza assoluta.
Allo stesso modo la civilizzazione offre all'individuo uno spazio vitale per lo sviluppo simbolico, attraverso oggetti ed ideali che favoriscono lo sviluppo della persona e la rottura della dipendenza infantile.
Il paradosso poggia sul fatto che tutta la struttura sociale ha bisogno di sostenere il suo potere attraverso la massificazione e la cancellazione delle differenze, necessarie per rendere coesi un partito politico, una setta, una religione, o vendere prodotti fabbricati in serie. In questo modo, la cultura, incitando alla feticizzazione di alcuni oggetti, genera nuove forme di dipendenza.
Questo lavoro è stato pubblicato sulla Rivista di Psicoanalisi, APA, 1990, n. 4, e nella Rivista La Psicanalisi dalla Civilizzazione n. 4, Parigi, Maggio, 1991e posto a disposizione di Vita senza droga per informare e far riflettere i giovani.






