I retroscena dell’operazione internazionale

Blitz: Scoperte 10 tonnellate di cocaina

Cocaina

In questa storia c’è chi ha avuto, e per forza di cose ha ancora, paura di lasciarci la pelle. «Un anno di indagini internazionali, durante il quale sono state svelate organizzazioni violentissime, partendo da una telefonata e rimettendo insieme una ragnatela di contatti inimmaginabili. Con uno spauracchio: che un errore, una leggerezza, facesse franare tutto il castello e provocasse la morte di un collega».
Francesco Navarra è il vicedirigente della squadra mobile di Genova, il capo della sezione criminalità organizzata. Ed è, soprattutto, l’uomo che per mesi ha guidato il pool d’investigatori nostrani protagonista, quattro giorni fa, di uno dei più clamorosi sequestri di cocaina mai compiuti nella storia delle investigazioni europee: cinque tonnellate di stupefacente recuperate su un peschereccio a 1.200 miglia dalle Canarie, con un blitz della marina militare spagnola su input delle autorità italiane, più altre cinque in un’altra operazione. «Mai vista tanta droga tutta insieme, come nessun altro nel vecchio continente. Solo gli americani, in Messico fecero meglio».
Navarra è uno dei pochi che può metterci la “faccia”, ricoprendo comunque un ruolo istituzionale. E però questo è un viaggio nei meandri di un’inchiesta nella quale, ancora, non si può dire tutto: «Facile capire perché: sull’imbarcazione erano presenti cinque trafficanti colombiani, a terra ne sono stati catturati altri nove: galiziani specializzati nel trasbordo della coca. E il resto bé, è un gruppo allargato che prima o dopo va preso».
Eccolo, il punto. Che certifica quanto le radici del super-blitz nell’oceano siano soprattutto italiane e pure liguri: «Dai nostri litorali partono i natanti utilizzati per “sbarcare” la cocaina. Non lo fanno da Spagna o Portogallo, che pure sono decisamente più “proiettate” verso il Sudamerica, perché l’esposizione ai controlli sarebbe eccessiva». E poi, anche se su questo preferirebbe glissare, le cinque tonnellate scoperte dalla Mobile di Genova sono soprattutto roba per clan: non a caso, alla conferenza stampa in questura, poche ore dopo il sequestro, era presente il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso.
«Abbiamo capito che sarebbe stato un percorso assai ostico nei primi mesi del 2008, quando ci siamo imbattuti nei terminali italiani dell’organizzazione». La sezione criminalità organizzata lavora sulla penetrazione delle cosche in Liguria ma, agganciando un telefono buono, capiscono con ogni probabilità che qualche personaggio “contiguo” sta preparando uno sbarco memorabile.
«Il primo passo è stata la definizione dei tre fronti su cui muoversi: in Europa gli italiani si appoggiavano agli spagnoli che a loro volta avevano legami con il Venezuela». «È chiaro -insiste Navarra- che per capire qualcosa di bande simili occorre conoscerle a fondo, e così abbiamo fatto. Nel timore, serio, che qualcuno ci lasciasse la pelle».
Un anno preciso di accertamenti, segnato da dieci summit fra inquirenti di paesi diversi: «Ci siamo visti a Genova, qualche volta, oppure a Roma e a Madrid. E in un paio di occasioni è successo qualcosa che ha rischiato di mandare a monte tutto: dovevamo compiere ricognizioni decisive, aspettavamo di trovare l’indizio clou e ci è quasi toccato ricominciare daccapo. Anche se mi rendo conto che detta così possa apparire un po’ generica».

Articolo di Matteo Indice, tratto da SECOLO XIX dell'8 marzo 2009

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