Un ragazzo su cinque ha provato la cocaina almeno una volta.
Un’altra indagine sulla droga. Questa volta i dati provengono dalla Società di medicina dell’adolescenza: nella fascia d’età compresa tra i 15 e i 23 anni, un ragazzo su cinque ha provato la cocaina almeno una volta, il 5 % dei minorenni la usa regolarmente. I consumatori, in Italia, si aggirano intorno ai due milioni, di cui un terzo abituali.
Eppure, anche se i media riportano di tanto in tanto qualche cifra, qualche episodio di cronaca, o lanciano l’ennesimo allarme, ormai sembra che a nessuno interessi più. Come se il consumo di droga fosse diventato “normale”, come se ci fossimo tutti assuefatti.
In Italia si cominciò a parlare di consumo diffuso di droga dopo il sequestro del “barcone sul Tevere” nel 1970: quando le forze dell’ordine fecero irruzione in questo locale romano, dove si andava a bere e ascoltare musica, trovarono centinaia di giovani che avevano assunto sostanze stupefacenti. La reazione fu soprattutto di paura: la droga, allora, spaventava. Chi la assumeva si sentiva quasi un eroe, qualcuno capace di compiere un’azione rischiosa e trasgressiva. Ma, con il passare del tempo, la sensibilità è cambiata: alla fine degli anni Settanta il tossicodipendente era considerato, anche dalla legge, un malato; chi spacciava, un criminale. Oggi la percezione della droga è cambiata ancora. È diventata un fatto banale, qualcosa di ordinario che non deve preoccupare più di tanto. Chi la prende si crede consapevole delle sue azioni e di poter continuare a farlo per tutta la vita. Se non dovesse riuscire a controllarsi, compito della società è ridurre il danno, con l’assistenza medica o le comunità. Ma che uno si droghi sembra non interessare più nessuno. E interessa poco anche lo spaccio, non più esclusiva di grandi organizzazioni criminali ma diffuso tra piccoli gruppi. Così la droga è dappertutto, nei locali, a scuola, nei luoghi di lavoro. L’equivalenza tossicodipendente-malato non c’è più, se prendi qualche sostanza è affare tuo. Non c’è più colpa, né dell’individuo né della società, come se fosse ormai sancito una specie di diritto a drogarsi. Al quale mi ribello (Vittorino Andreoli ha appena scritto sul tema Carissimo amico. Lettera sulla droga, Rizzoli, ndr), e non tanto per ragioni scientifiche (la droga fa male). Un giovane che usa sostanze (come chi si ubriaca) nasconde la sua identità. Ci si droga perché si ha poca stima di sé, perché non si ha il coraggio di affrontare una ragazza, il compito in classe, il lavoro. Anziché avere fiducia nelle proprie risorse, nella propria fantasia, si affrontano i giorni con la maschera della droga. È vero, lì per lì la cocaina aiuta: aumenta attenzione e resistenza, rende più facili le associazioni mentali, dà una certa euforia. Effetti che rendono i consumatori abbastanza simili. Ma non rende più intelligenti, non aiuta la concentrazione, non serve a risolvere problemi profondi. Serve solo a sostituire se stessi con qualcosa d’altro, senza cercare di capire come si è, di scoprire le proprie caratteristiche. La questione, quindi, va riportata al “chi sono io”: perché ciò che abbiamo di più prezioso è la nostra identità.
di Anna Maria Speroni
da Io Donna del 31.01.2009






