Patto antidroga

Cambia la lotta alle dipendenze, Sert pubblici e comunità terapeutiche lavorano insieme

Droga

Pubblico e privato, alleanza perfetta. Per quanto riguarda il trattamento delle tossicodipendenze la strada che si sta percorrendo sembra sovvertire la più classica delle antitesi sanitarie. I Sert (che nel 2007 hanno avuto 18.357 ospiti) ricambiano. Insieme delineano e costruiscono progetti di analisi e di intervento. E sempre insieme fanno “lobby” per spingere governo e Regioni a una considerazione della problematica legata alle esigenze concrete. Un tempo non era così. Un tempo pubblico e privato erano cane e gatto, spesso separato da un muro di ideologismi. «Oggi», ci dice Claudio Leonardi, direttore a Roma del Sert della Asl C e presidente della Federserd Lazio, «da parte degli operatori si sta comprendendo che l’integrazione fra le due risorse è un’arma formidabile nella lotta alle dipendenze. Il privato, e cioè soprattutto la Comunità terapeutiche, trovano da noi quel supporto diagnostico, farmacologico e psicoterapeutico di cui sono prive. Dal canto nostro, invece, troviamo nelle Comunità lo strumento ideale per avviare il tossicodipendente verso un percorso di recupero personale, sociale e lavorativo».

Sembra l’uovo di Colombo, eppure per molte ragioni l’integrazione è ancora oggi un traguardo da raggiungere. La prima scintilla, manco a dirlo, è scoccata anni addietro nella zona di Reggio Emilia, estendendosi poi a Lombardia e Veneto. Ma nel Centro-Sud si sconta ancora una paurosa arretratezza, non tanto del tessuto operativo pubblico/privato quanto della capacità di programmazione e indirizzo degli Enti pubblici.

«Qualche intoppo già lo troviamo in Toscana, ma dal Lazio in giù è davvero una tragedia», afferma da Vicenza Maria Federica Massobrio, dirigente nazionale e coordinatrice delle Reti tematiche della Fict (Federazione Italiana Comunità terapeutiche), «mentre in Emilia Romagna, Veneto, Lombardia e, in parte, anche in Liguria, le sinergie pubblico/privato sono una realtà fatta e operante, altrove c’è assoluta confusione, con modalità di accreditamento incerte. Comunità operanti ma non accreditate, norme di sicurezza non verificate e non rispettate. Succede, così, che da altre regioni emigrino verso il sud ragazzi tossicodipendenti attratti da rette più basse, ma poi in balia di servizi scadenti. E succede, come nel Lazio, che ci siano Comunità valide, anche accreditate, ma costrette a chiudere per i ritardi nell’erogazione dei soldi pubblici. Parliamo di cifre forti, di decine e decine di milioni di euro».

Dove però i finanziamenti arrivano e il coordinamento funziona la soddisfazione di utenti e operatori è palpabile. Fra i tossicodipendenti incontrati pochi giorni fa in uno dei Sert della Capitale, Marco è stato chiaro: «La terapia che seguo finalmente va verso l’obiettivo che desidero, l’indipendenza dalla droga e poi un lavoro. Sto bene e mi sento seguito, sia al Sert che nella Comunità dove risiedo».

«Svolgere le due fasi di trattamento insieme è la cosa ideale», riprende il dottor Claudio Leonardi, «e il servizio pubblico dei Sert si trova bene a lavorare con il privato anche perché le Comunità terapeutiche col tempo hanno modificato il loro approccio: una volta accoglievano un ragazzo soltanto dopo che aveva smesso “di farsi”. Oggi invece accettano persone in fase di trattamento, le studiano e personalizzano il loro stesso intervento. In questo modo il tossicodipendente capisce meglio la terapia e il fine di essa. Va detto, tra l’altro, che l’integrazione pubblico/privato non costa un euro a nessuno, e il percorso riabilitativo del tossicodipendente risulta molto più protetto, grazie a un intervento davvero multidisciplinare».

«L’esperienza dell’integrazione», racconta Ivan Mario Cipressi, educatore e coordinatore del Ceis (Centro italiano di solidarietà) di Reggio Emilia, «è maturata negli ultimi dieci anni lavorando assieme, noi delle Comunità e loro dei Sert, e ragionando su come dividere al meglio i soldi stanziati per combattere le tossicodipendenze e su come destinarli. Va detto che qui in Emilia Romagna abbiamo una lunga abitudine di pianificazione e programmazione. E allora abbiamo trovato tutta una serie di accordi, sui posti, sulle strutture, con un centro dati comune per pianificare i servizi…La nostra legge regionale, poi, permette ai tossicodipendenti di accedere direttamente al privato delle Comunità. Succede, ad esempio, nei nostri centri di Modena e Reggio. Ma il rapporto con i Sert è stretto. Una integrazione perfetta».

«L’eccellenza del servizio dipende dalle Regioni, dalle Asl», afferma la dottoressa Maria Federica Massobrio. «A Treviso, ad esempio, si sta portando avanti il Progetto Kriptos, per decisa volontà della Regione Veneto, della Ussl 9 di Treviso e del Ceis, in sinergia con Bologna, mirato soprattutto alla lotta alle droghe “nascoste” (cocaina e alcol). Siamo al terzo anno e siamo riusciti a entrare in contatto, anche grazie a piccole “trappole” disseminate in bar e locali pubblici, con molti ragazzi che difficilmente si sarebbero rivolti alla rete dei servizi. Un altro progetto integrato pubblico/privato è quello portato avanti nell’area Mestre-Venezia, sempre contro alcol e coca, e che fa perno sul centro Ceis di Villa Soranzo. A Bologna c’è l’esperienza del trattamento ambulatoriale non residenziale (per non allontanare le persone da famiglia e lavoro) che ruota attorno alla comunità Il Pettirosso. A Modena, poi, assieme al Sert stiamo affrontando la tematica della “doppia diagnosi”, cioè quei casi in cui assieme alla tossicodipendenza nello stesso soggetto c’è anche una problematica psichiatrica. Allora la Comunità terapeutica può non bastare, ma serve piuttosto l’inserimento in una cooperativa sociale di lavoro». Una cooperativa di Tipo B, come quella del film “Si può fare”, dove anche un malato di mente può tornare alla vita.

«Quando le patologie sono incrociate è importante trovare percorsi terapeutici condivisi», dice la dottoressa Letizia Rocchi, del Sert AslRm C, «e per i tossicodipendenti è utile lavorare sulla loro motivazione a smettere, anche incontrando nelle Comunità operatori che hanno superato i loro stessi problemi».

Cresciuti sugli errori, oggi siamo più laici
Comunità e volontariato

«Per noi che lavoriamo nelle comunità terapeutiche l’integrazione dei nostri sforzi con quelli degli operatori dei Sert rappresenta la condizione ideale di lavoro. Ma sono i ragazzi, i tossicodipendenti, a dircelo con il loro comportamento, molto più reattivo e collaborativo. Il perché è semplice da comprendersi: l’unione pubblico/privato è in grado di donare a loro una motivazione a disintossicarsi enormemente più grande di prima».

Chi parla è Francesco, 41 anni, da circa quindici operatore di comunità, dopo avere avuto lui stesso un percorso travagliato. «Il fatto è questo», continua Francesco, «prima un ragazzo veniva al Sert per disintossicarsi, ma non capiva cosa sarebbe stato della sua vita dopo averlo fatto. Questo lo rendeva fragile, a rischio continuo di ricadute. Con un percorso farmacologico e psicologico, offerto dai Sert, integrato con l’esperienza di ricostruzione personale e sociale, che avviene in comunità, invece, chi vuole disintossicarsi si proietta già verso il futuro, capisce meglio la terapia e gli ostacoli gli sembrano più piccoli. Insomma, è più ottimista. Ed è davvero bello vedere un giovane che riassapora la fiducia in se stesso, riscopre la vita ed esce dal ghetto di emarginazione in cui si era andato a cacciare».

Ma qual è stato il processo evolutivo che ha portato le comunità verso il dialogo con la pubblica assistenza? «Ci siamo messi in discussione», risponde Francesco, «e soprattutto ci siamo accorti che c’erano ragazzi che passavano più tempo in comunità di quanto lo avessero consumato drogandosi. Non era giusto. La comunità non poteva prendere il posto della droga, come se fosse l’origine di una nuova dipendenza. E la maggior parte della comunità è diventata più “laica”. Oggi, ad esempio, anche l’ex tossico che vuole fare volontariato da noi prima deve uscire dalla comunità e diventare indipendente. Poi, se vuole, può tornare». (e.r.)

«Ora punto a un lavoro»
La testimonianza

«Ho cominciato a drogarmi tanti anni fa, da ragazzo, ma è stato solo quando mi è stato offerto un percorso misto, gestito assieme dalla comunità in cui risiedo e dal Sert di zona, che ho cominciato a credere di farcela. Sì, così sto bene, mi sento seguito e protetto». Marco ha quasi trent’anni, la maggior parte divorati dall’eroina. È appena sceso dal pulmino della comunità terapeutica, davanti al Sert dove settimanalmente viene a farsi i controlli medici e a prendere il metadone in “affido”, che cioè dovrà gestirsi da solo fino alla visita successiva. È tossicodipendente, non cerca scuse o alibi, ma ha le idee chiare: «Il mio primo contatto con le strutture di assistenza è avvenuto anni fa, con il Sert. Ed è stato qui che gli operatori hanno disegnato, assieme a me, il percorso da seguire, non solo farmacologico, ma anche esistenziale. Sono stati loro, gli operatori del Sert, che hanno individuato la comunità terapeutica più adatta alla mia personalità e ai miei bisogni». E la cosa ha funzionato. «Si, il mio obiettivo adesso è quello di riuscire a eliminare anche i farmaci. Lo scopo finale è quello di recuperare gli anni perduti di studio e trovare un lavoro». Che lavoro? «Nel settore informatico», dice Marco, che poi aggiunge: «Il segreto è sempre quello: essere motivati». (e.r.)

Alcol e…il gratta e vinci

È l’alcol il vero incubo degli operatori delle tossicodipendenze, anche perché normalmente “fa miscela” con altre sostanze, per prima la cocaina, secondo il trend del “policonsumo”. I dati della relazione al Parlamento da parte del governo sono chiari: fra gli studenti l’83% ha provato alcolici pesanti e circa il 40% pratica il “binge drinking”, ovvero il bere ripetuto e intensivo in un breve arco di tempo. Eppure è solo la punta dell’iceberg, perché gli assuntori di alcol, ecstasi, anfetamine e cocaina non si sentono “drogati” e non si rivolgono alle strutture, sfuggendo alle statistiche. Da qui lo sforzo di alcune città per incidere nel campo delle “droghe nascoste”, causa di violenze e di incidenti mortali. Ma l’ultima novità è la dipendenza da lotteria: «Ai Sert stanno arrivando giocatori compulsivi di gratta e vinci, soprattutto anziani che, una scheda dopo l’altra, arivano a perdere tutta la pensione», riferisce la psicologa Marina Di Pasquale, consulente della Procura di Palermo.


di Emilio Radice


da La Repubblica – Salute del 5 febbraio 2009

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